Tra le figure più influenti della storia dell'architettura contemporanea, viene ricordato insieme a Ludwig Mies van der Rohe, Frank Lloyd Wright, Walter Gropius e Alvar Aalto come maestro del Movimento Moderno. Scopritore dell'uso del calcestruzzo armato per l'architettura, nonché membro fondatore dei Congrès Internationaux d'Architecture moderne, fuse l'architettura con i bisogni sociali dell'uomo moderno, offrendo una lettura lucida e consapevole, in termini architettonici e antropologici, della sua epoca.
Tra il 2016 e il 2017 le sue opere sono state aggiunte alla lista dei siti Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Nella motivazione si legge che gli edifici scelti sono «una testimonianza dell'invenzione di un nuovo linguaggio architettonico che segna una rottura con il passato».
Il nome d'arte Le Corbusier
Il nome d'arte di Charles-Édouard Jeanneret-Gris con cui egli oggi è universalmente noto, ovvero «Le Corbusier», venne coniato sotto indicazione di Amédée Ozenfant nell'autunno del 1920: inizialmente venne adottato solo per firmare articoli d'architettura su L'Esprit Nouveau, i cui unici curatori erano Ozenfant e Jeanneret, che usavano molti pseudonimi per dissimulare il fatto che gli autori fossero solo loro.
L'origine di questo è largamente documentata. Dato che Ozenfant per realizzare il proprio nome d'arte aveva preso spunto dal cognome materno, consigliò a Jeanneret di fare altrettanto, ma lui non poté ascoltare il suo consiglio poiché aveva compiuto i propri studi nello studio di Auguste Perret, che condivideva per ragioni assolutamente fortuite il cognome della madre. Egli quindi trasse spunto da «Le Corbesier», trisavolo materno il cui ritratto, eseguito da Darjou (pittore alla corte di Eugenia de Montijo), era posto nella casa dove aveva trascorso l'infanzia. La «e» venne mutata in «u» sotto consiglio di Ozenfant: il soprannome risultò gradito a Jeanneret poiché gli ricordava quello del maestro (L'Eplattenier).
È talvolta noto anche semplicemente come Le Corbu per abbreviazione del suo soprannome: tale storpiatura, complice un gioco di parole con la parola corvo () comportò la sua abitudine di firmare con questa sigla le sue lettere informali, oppure abbozzando la sagoma di un corvo stilizzato; dall'abbreviazione della storpiatura del suo soprannome deriva la forma Le Corb, diffusa soprattutto in inglese..
Biografia Le radici: gli inizi a La Chaux-de-Fonds
Charles-Édouard Jeanneret-Gris nacque al № 38 di rue de la Serre a La Chaux-de-Fonds, villaggio svizzero nella regione del Giura, il 6 ottobre 1887. La madre, Charlotte Marie Amélie Perret (nessuna parentela con il celebre Auguste Perret, futuro collaboratore di Jeanneret), era musicista e si guadagnava da vivere come insegnante di pianoforte.Così il Gauthier: In Il padre, Georges-Édouard Jeanneret-Gris, invece, adorava trascorrere il proprio tempo libero a contatto con la natura e, per questo motivo, si assunse la presidenza del Club Alpin, per il quale egli scriveva, seppur da autodidatta, lunghe relazioni sulle sue passeggiate. Al seguito del padre in queste scalate naturalistiche vi era ovviamente il giovane Jeanneret, che in questo modo - beneficiando delle vedute delle gole del Doubs e della catena delle Alpi - ebbe l'opportunità di maturare un rapporto diretto con il paesaggio, il quale - filtrato attraverso il ricordo dell'infanzia - verrà trasposto con rigore anche nella sua opera architettonica.
Il vero mestiere del padre, tuttavia, era quello di smaltatore di quadranti d'orologio, secondo una lunga tradizione familiare che affondava le proprie radici nella secolare industria orologiera di La Chaux-de-Fonds. Dopo un'infanzia segnata da lunghe passeggiate domenicali con il padre e da un sincero interesse per il disegno, il giovane Édouard sembrava predestinato a seguire le orme paterne e, per questo motivo, una volta terminati gli studi primari, fu iscritto alla Scuola d'Arte di La Chaux-de-Fonds, istituita nell'Ottocento proprio per formare orologiai validi e minuziosi. Qui Jeanneret - del tutto disilluso verso il pianoforte, con grande disappunto della madre - diede prova di grande diligenza in un'attività, come la decorazione e l'incisione di casse d'orologio, che «esige una precisione assoluta nel disegno e una rigorosa concentrazione di spirito», siccome «un semplice errore di tratti è sufficiente a distruggere un prezioso pezzo in oro o una placca d'argento», come ricorda il von Moos. Pur avendo raggiunto una grande perizia nel bulino, l'allievo Charles-Édouard non era per nulla allettato dalla prospettiva di trascorrere il resto della sua vita ornando gli smalti colorati delle casse d'orologio con decorazioni floreali, complice anche la feroce crisi che tale pratica artigianale stava attraversando in quel periodo.
Ad accorgersi dell'irrequietudine creativa di Jeanneret vi fu un insegnante di quella scuola: Charles L'Eplattenier. Ventiseienne, formatosi a Parigi nell'alveo della Scuola di Belle Arti ma lontano dai gusti accademici, L'Eplattenier aveva intuito la pressione che l'industria orologiera stava subendo a opera della crescente industrializzazione, e per questo motivo intendeva offrire agli studenti della scuola d'arte un insegnamento più pragmatico, onnicomprensivo, improntato al valore dell'esperienza pratica e perciò non limitato a una prospettiva meramente ornamentale, bensì tendente ad abbracciare la globalità delle esperienze artistiche, dal singolo oggetto d'arredamento alla monumentalità dell'architettura. Interessato al programma del nuovo maestro, il ragazzo si avvicinò in questo modo alle esperienze artistiche dell'Art Nouveau, al cui credo estetico L'Eplattenier si rifaceva, e si cimentò nella realizzazione di numerosi schizzi e disegni dal vero, nella prospettiva di diventare pittore, mestiere che riteneva particolarmente vicino alla sua sensibilità. L'Eplattenier, tuttavia, era categorico: il destino del suo discepolo non era quello di abbandonarsi all'arte pittorica, bensì di consacrarsi all'architettura. Édouard, grazie alle attenzioni pedagogiche del maestro, fu prontamente dissuaso dal farsi artista e maturò il definitivo proposito di divenire costruttore: «Uno dei miei maestri [un maestro straordinario] mi strappò con dolcezza a un destino mediocre. Volle che fossi architetto. L'architettura e gli architetti mi facevano orrore [...] Avevo sedici anni, accettai il verdetto e obbedii: mi detti all'architettura».
A questi anni risale persino il primissimo cimento architettonico di Jeanneret: la progettazione di villa Fallet. A offrirgli l'occasione di redigere il primo progetto della sua vita fu Louis Fallet, direttore della Scuola d'Arte, grazie alla provvidenziale intercessione di L'Eplattenier: il risultato di quindici mesi di fatiche progettuali fu una villa scatolare, di piccole dimensioni, dal vocabolario decorativo vicino alle esperienze dellart nouveau, citato con numerose ornamentazioni dal sapore silvestre (abeti, nuvole, corvi, foreste e scenari alpestri).
La formazione Il viaggio in Italia e a Vienna Una volta compiuta villa Fallet, Le Corbusier decise di investire il denaro così ricavato in un viaggio in Italia, così da completare la propria educazione architettonica. Maximilien Gauthier, importante biografo dell'architetto, evocò nel seguente modo l'entusiasmo del ragazzo, ormai diciannovenne, alla vigilia del Grand tour nel Bel Paese:
Uno choc inaspettato, ad esempio, venne sperimentato alla visione della certosa di Ema, monastero trecentesco ubicato al Galluzzo, a sud di Firenze, sulla sommità di un dirupo lambito a valle dal torrente omonimo. A colpirlo di questa struttura claustrale non fu tanto l'estetica architettonica generale, quella improntata sugli aspetti più formali e decorativi, bensì i connotati più strettamente funzionali. La certosa di Ema, infatti, riusciva a coniugare in maniera riuscita la vita collettiva, riservata al chiostro grande, alla sala del capitolo, al parlatorio e al refettorio, con gli spazi privati, ovverosia le celle dei frati, organizzate secondo un impianto distributivo applicabile - stando al giudizio del giovane Jeanneret - anche nelle moderne case operaie.
L'itinerario italiano di Jeanneret, tuttavia, non si esaurì al Galluzzo, bensì si dipanò per innumerevoli altre città: memore della lezione di John Ruskin, critico d'arte particolarmente amato da L'Eplattenier che agli splendori rinascimentali preferiva i fasti della stagione medievale, Édouard - dopo esser stato a Pisa e Firenze, dove rimase impressionato dall'imponente mole della cupola del Brunelleschi - si spinse sulla riviera adriatica, facendo tappa a Ravenna, Ferrara, Padova, Venezia e infine Vicenza, visitando quest'ultima solo affrettatamente, essendo Palladio un architetto verso il quale L'Eplattenier nutriva poche simpatie. Giunto così a Trieste, Jeanneret si inoltrò dapprima a Budapest, e infine a Vienna. Trascorse ben sei mesi a contatto con la vita artistica della capitale austroungarica, animata da continue rappresentazioni teatrali e musicali - si pensi a Bach, Beethoven, Mozart e Wagner - ma anche dagli interventi architettonici di autori come Otto Wagner, Joseph Maria Olbrich e, soprattutto, Josef Hoffmann. Era quest'ultimo il fondatore della Wiener Werkstätte, una comunità di botteghe artigianali particolarmente attiva nel campo dell'arredamento, del mobilio e del design: Hoffmann subì potentemente la fascinazione dei disegni italiani di Jeanneret e invitò quest'ultimo a lavorare nel proprio studio, opportunamente retribuito. Pur apprezzando l'offerta di Hoffmann, e le frequentazioni che un simile discepolato comportava, da Kolo Moser a Gustav Klimt, Édouard non desiderava rimanere a Vienna: la sua destinazione ultima era una, ed era Parigi..
A Parigi: Perret Questo «colpo di testa» risultò sgradito sia a L'Eplattenier sia al padre, i quali poco gradivano una rinuncia così improvvisa e apparentemente sragionata a un incarico prestigioso come quello hoffmaniano: Jeanneret, tuttavia, era fermo nel volersi consacrare alla Ville Lumière e per questo, una volta giunto sulle rive della Senna nel febbraio del 1908 dopo un lungo itinerario dipanatosi per Norimberga, Monaco di Baviera, Strasburgo, Nancy e Lione (dove fece forse conoscenza di Tony Garnier e dei suoi progetti sulla cité industrielle), egli si insediò in una mansarda in rue des Écoles, strategicamente collocata tra la Sainte-Chapelle e il Sacré-Cœur. Parigi all'epoca era una città fervente di arte e di cultura, ed Édouard poté così visitare la Torre Eiffel, eretta appena un ventennio prima, oltre che Notre-Dame, il museo del Louvre e le più recenti mostre artistiche, dove ebbe l'opportunità di scoprire Matisse e Cézanne.
Egli, tuttavia, era giunto a Parigi anche per consolidare la propria notorietà architettonica e per questo motivo, armato dei disegni eseguiti durante il viaggio italiano, intrecciò una vasta rete di conoscenze: tra le relazioni saldate in questo periodo vanno senza dubbio menzionate quelle con Frantz-Jourdain, presidente del Salon d'Automne e feroce detrattore dell'architettura così come tradizionalmente concepita, e soprattutto Eugène Grasset, illustratore e decoratore svizzero, il quale suggerì a Jeanneret di mettersi in contatto con i fratelli Auguste, Gustave e Claude Perret, pionieri dell'uso del cemento armato in architettura (con il béton, che sino ad allora aveva goduto di una scarsa rappresentanza nel panorama edilizio europeo, era stato realizzato lo stesso studio dei fratelli Perret al n. 25 di rue Franklin). «Lei sarà la mia mano destra!»: con queste parole Auguste Perret, presa visione dei suoi disegni, accolse Édouard nel proprio studio.