Tirreni (dialetto attico: Τυῤῥηνοί - Tyrrhēnói) o Tirseni (ionico: - Tyrsēnói; dorico: - Tyrsānói) è l'eteronimo di origine greca con cui gli autori antichi designavano gli Etruschi, i quali chiamavano sé stessi Rasna (Rasenna nella forma riportata da Dionigi di Alicarnasso).Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 30, 3. Il nome fu applicato dai Greci anche a gruppi stanziati nel bacino settentrionale dell'Egeo e, in senso esteso, ad altre etnie dell'Italia centro-occidentale, come i Latini, gli Umbri e gli Ausoni.Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 29, 2. Nelle fonti greche il nome è inoltre associato, fin dalle attestazioni più antiche, all'attività piratesca.
Etimologia
L'origine del nome Tirreni è incerta. È conosciuto per essere stato usato da più autori greci, ma apparentemente non è di origine greca: secondo la ricostruzione prevalente si tratta di un eteronimo, cioè di un nome attribuito agli Etruschi da altri popoli, distinto dall'autonimo Rasna con cui gli Etruschi designavano sé stessi.
I Greci designavano gli Etruschi come Tyrrhēnoí (attico ), Tyrsēnoí (ionico ) o Tyrsānoí (dorico ): si tratta di varianti dialettali di un medesimo nome, e non di popoli distinti. Dalla forma attica derivarono il latino Tyrrheni e Tyrrhenia, e quindi l'italiano "Tirreni".Strabone, Geografia, V, 2, 2. Tutte queste forme, insieme all'esonimo latino Tusci ed Etrusci, poggiano sulla radice turs-.
L'eteronimo si sarebbe formato in ambito egeo e sarebbe stato poi esteso dai Greci d'Occidente a designare gli Etruschi d'Italia. Carlo de Simone fissa la cronologia della formazione del nome intorno al 700 a.C., sulla base della catena derivativa che dall'etnonimo conduce al gentilizio etrusco Tursikina (vedi oltre). In questo quadro la storiografia ricorre talora alle espressioni "Tirreni d'Oriente" e "Tirreni d'Occidente": non per distinguere due popoli diversi, ma per indicare gli Etruschi in due momenti del contatto con i Greci, quello egeo (in cui il nome sarebbe stato coniato) e quello italico (a cui sarebbe stato successivamente esteso). Si tratta dunque di etichette di valore cronologico e geografico, non etnico; la natura del rapporto fra i due gruppi, e in particolare l'identità delle popolazioni egee designate come Tirreni, restano oggetto di un dibattito aperto da decenni.
La radice turs- è stata messa in relazione con τύρσις - týrsis, altro prestito "mediterraneo" nel greco, con il significato di "torre": è l'interpretazione, già antica, che faceva dei Tirreni un "popolo delle torri". Françoise Bader ha invece proposto di ricondurre Tyrsenoi/Tyrrhenoi all'antichissima radice indoeuropea *tr̥h₂- "attraversare": il nome sarebbe in origine un nome di conquistatori, allusivo alla vittoria sulle difficoltà della traversata migratoria, formato sul medesimo tema sigmatico *tr̥h₂-s- presente in týrsis, con un suffisso identico a quello di τύραννος (týrannos). Sul piano semantico, de Simone attribuisce al nome la connotazione di pirati e/o migranti, mentre per Bader il significato originario rimanda all'attraversamento, anche per mare: in entrambi i casi la prima immagine dei Tirreni risulta legata alla mobilità marittima.
Alla medesima radice turs- le lingue dell'Italia antica aggiunsero un ampliamento in -k- (*tursko-), del tipo presente in numerosi nomi di popoli italici (Aurun-ci, Falis-ci, Herni-ci, Vols-ci): da questo tema derivano l'esonimo latino Tusci (da *tursko- > tusco-, con la riduzione latina di -rs- davanti a occlusiva), l'umbro turskum delle Tavole eugubine (turskum nomen, "il nome etrusco", in cui il gruppo -rsk- è conservato) e il gentilizio etrusco Tursikina. In una più recente messa a punto, de Simone ha ricondotto il gentilizio a un nome etnico *tursike, antecedente formale del latino tuscus e dell'umbro turskum, a sua volta derivato da un eteronimo di matrice greca *tursikos formato sull'etnonimo Tyrsanos: la fibula che lo reca attesterebbe dunque la designazione come etrusco, in ambiente alloglotto, di un personaggio di alto rango residente in Umbria.
La più antica menzione letteraria dei Tirreni si trova in Esiodo (Teogonia, vv. 1011-1016), in versi che parte della critica ritiene però tardi rispetto al nucleo del poema. La più antica attestazione del nome è di tipo indiretto: secondo la maggior parte degli studiosi essa è offerta dal gentilizio Tursikina, inciso sulla fibula aurea da Castelluccio La Foce, nel territorio di Chiusi, la cui datazione è stata fissata da Adriano Maggiani al secondo quarto del VII secolo a.C., e che riflette la radice turs- dell'etnonimo.
Già le fonti antiche collegavano l'etnonimo alla parola τύραννος ("tiranno"): Filocoro (citato da Stefano di Bisanzio) e la Suda mettevano in relazione i due termini, spiegando il nesso con la violenza e la condotta piratesca dei Tirreni, in un'etimologia maturata probabilmente in ambienti ostili agli Etruschi. La questione del rapporto fra týrannos e l'etnonimo resta discussa anche sul piano linguistico: Bader considera i due nomi formalmente apparentati, riconducendoli alla medesima radice e al medesimo suffisso, e li accosta al titolo principesco luvio tarwana-. In senso contrario si è osservato che la forma greca più antica dell'etnonimo è Tyrsenós, non Tyrrhenós, il che rende il collegamento con τύραννος una paretimologia.
A partire dalla metà dell'Ottocento, dopo la pubblicazione dei rilievi di Medinet Habu, l'etnonimo è stato accostato anche ai Trš (Teresh) menzionati nelle fonti egizie fra i Popoli del mare, e successivamente al toponimo ittita Taruisa, riferito a una regione dell'Anatolia nord-occidentale; il primo accostamento risale, in modo indipendente, a Franz Joseph Lauth e a Emmanuel de Rougé (1867), e fu rinvigorito dalla scoperta della stele di Kaminia (1885). Si tratta tuttavia di una sovrapposizione fondata essenzialmente sulla somiglianza dei nomi, priva di riscontri documentari diretti: Massimo Cultraro la definisce una sovrapposizione meccanica di etnonimi, e Carlo de Simone respinge esplicitamente l'identificazione degli Etruschi-Tirreni con i Trš.
Prime attestazioni nelle fonti antiche dei Tirreni
Le prime attestazioni si trovano nella Teogonia di Esiodo (VIII-VII secolo a.C.) e nellInno omerico a Dioniso, di datazione discussa fra il VII e il V secolo a.C.
Nella Teogonia di Esiodo (VIII-VII secolo a.C.):
La cronologia alta dei versi esiodei è sostenuta da Luca Cerchiai sulla base della catena derivativa che porta a Tursikina: potrebbe essere stato lo stesso Esiodo, legato al mondo euboico e alla geograficamente prossima Cuma eolica, a estendere alle popolazioni barbare incontrate dai Greci in Occidente la nozione dei Tirreni dell'alto Egeo.
Nell'Inno omerico a Dioniso:
I Tirreni vengono definiti pirati nuovamente da Eforo di Cuma riportato da Strabone. Le azioni di pirateria dei Tirreni non avrebbero permesso ai Greci di fondare le loro colonie in Sicilia prima dell'VIII secolo a.C.
Il mito dei pirati tirreni
L'impiego più celebre dell'etnonimo nella letteratura greca è legato al mito del rapimento di Dioniso da parte di pirati tirreni, narrato per esteso nellInno omerico VII e ripreso con varianti da Euripide (Ciclope, vv. 10-22, dove si parla di una "stirpe tirrenica di pirati"), Apollodoro, Igino, Ovidio, Filostrato e Nonno: i pirati catturano il dio senza riconoscerne la divinità e, dopo una serie di prodigi, si gettano in mare trasformandosi in delfini. La prima menzione databile con certezza è un frammento di Pindaro della prima metà del V secolo a.C., ma la documentazione vascolare attesta la circolazione della leggenda almeno dal 530 a.C. circa, se si accetta il riferimento al mito della celebre coppa di Exekias a Monaco, con Dioniso navigante su una nave avvolta da tralci di vite e circondata da delfini.
L'identità dei pirati tirreni del mito è discussa: vi si sono riconosciuti di volta in volta i Tirreni dell'Egeo settentrionale, pirati etruschi attivi in Oriente o in Occidente, oppure, secondo Margherita Giuffrida Ientile, un uso del nome che in ambito egeo poteva designare genericamente predoni e mercanti di schiavi. Fra le ipotesi più articolate vi è quella di Michel Gras, che negli anni settanta propose una lettura del fenomeno tirrenico in chiave storico-economica: i Tirreni che le fonti collocano nell'Egeo sarebbero stati in buona parte Etruschi giunti dall'Italia per i traffici e dediti anche alla pirateria, e non popolazioni egee preesistenti; il nucleo della leggenda rifletterebbe così la situazione dell'Egeo arcaico, dove la diffusione del bucchero documenta una presenza commerciale etrusca, e la pirateria tirrenica delle fonti sarebbe la trasposizione letteraria di quella realtà, in un'epoca in cui commercio e pirateria erano difficilmente separabili. Negli studi successivi questa lettura è stata sviluppata interpretando il mito come proiezione della rivalità commerciale fra Greci ed Etruschi, con Dioniso a rappresentare il vino, merce per eccellenza dei traffici mediterranei. Secondo Dimitris Paleothodoros non esiste tuttavia un criterio oggettivo per stabilire né l'ambientazione originaria della leggenda né l'origine dei suoi protagonisti: nell'''Inno omerico l'azione è volutamente priva di ancoraggio geografico, e i tentativi, antichi e moderni, di collegarla a luoghi e popoli storici (Nasso, l'Attica, l'Etruria, la Sicilia) costituiscono razionalizzazioni successive. Nessuna fonte del V secolo a.C. associa peraltro alla pirateria i Tirreni dell'Egeo: il collegamento appare uno sviluppo del IV secolo a.C., epoca in cui una pirateria "tirrenica" storica è documentata anche da fonti epigrafiche, contrastata dalla flotta ateniese in Adriatico e, in età primo-ellenistica, da Rodi nell'Egeo. La documentazione di età ellenistica conferma in effetti una presenza marittima di provenienza dalla penisola italiana attiva fino all'Egeo orientale: nel suo studio di riferimento sulla pirateria antica Philip de Souza raccoglie le testimonianze di una pirateria "tirrenica" storica fra il tardo IV e il primo III secolo a.C., contrastata in Adriatico dalla colonia ateniese del 325/324 a.C. e nell'Egeo dalla flotta di Rodi, come attesta un'iscrizione rodia che ricorda tre fratelli caduti combattendo i Tirreni. De Souza precisa che l'etichetta "pirati tirreni" era applicata genericamente a predoni provenienti dalla penisola italiana, la cui provenienza esatta era spesso ignota alle vittime, e non designava necessariamente i soli abitanti dell'Etruria: lo mostrerebbe il nome del capo pirata catturato da Timoleonte a Siracusa intorno al 339 a.C., Postumio, di forma latina e non etrusca. Lo studioso respinge inoltre l'idea di un brusco incremento della pirateria etrusca dopo la fine della tirannide siracusana, leggendo le testimonianze piuttosto come riflesso della più intensa circolazione marittima fra l'Italia e il Mediterraneo orientale in quei decenni. La medesima estensione del nome, per cui Tyrrhenoi poteva indicare predoni della penisola italiana non necessariamente etruschi e, presso gli autori ellenistici, perfino i Romani, è ribadita negli studi successivi.
Al nome dei Tirreni la tradizione greca legò anche la fama di una crudeltà proverbiale: Aristotele è la più antica fonte conservata sul cosiddetto "supplizio tirrenico", la pratica di incatenare prigionieri vivi a cadaveri in decomposizione, che le fonti latine attribuiscono agli Etruschi (Virgilio la assegna a Mezenzio, re di Agylla).