Urbania (Orbènia in dialetto gallo-piceno) è un comune italiano di abitanti della provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche. Conosciuta fino al 1636 con il nome di Casteldurante, cambiò la propria denominazione in quella attuale in onore di papa Urbano VIII dopo esser stata elevata a città e diocesi.

Geografia fisica Urbania è situata in una zona pianeggiante in fondo alla valle del fiume Metauro, circondata da colline. La zona del centro storico è circondata su tre lati da un'ansa del fiume Metauro, luogo noto fin dall'antichità proprio per la sua particolare conformazione e protezione naturale.

Storia

Origini, Medioevo, Rinascimento Il nucleo originario, di epoca altomedioevale, risalente presumibilmente al VI secolo d.C., era chiamato Castel delle Ripe e fu libero Comune di parte guelfa, motivo per cui, nel 1277, fu distrutto dai ghibellini della vicina Urbino.

La popolazione superstite trovò rifugio poco più a valle, intorno alle mura della potente abbazia benedettina di San Cristoforo del Ponte (sec. VIII), situata nel luogo esatto dove si trova oggi la Concattedrale. Attorno all'abbazia, intorno al 1284, fu fatta costruire la nuova città, la cui fondazione fu affidata, da papa Martino IV, al prelato provenzale Guglielmo Durand, all'epoca governatore della Romagna e della città e distretto di Urbino. Durand affidò l'incarico di costruire la città a tecnici bolognesi ai quali fu forse dovuta la soluzione con due strade porticateEnrico Guidoni, L'urbanistica di Roma tra miti e progetti, Laterza, 1990, pag.38 che fa di Urbania una sorta di Bologna in miniatura. In onore di Guillaume Durand la città prese il nome di Casteldurante.

Affidata in signoria alla potente famiglia dei Brancaleoni, la città fu dapprima di Brancaleone, cui succedettero, congiuntamente, i figli Nicola Filippo, Pierfancesco e Gentile. A Pierfrancesco, rimasto unico "signore" dopo la morte dei fratelli, succedettero i nipoti Galeotto e Alberico (figli di Nicola Filippo) e Bartolomeo (figlio di Gentile), essendogli premorto l'unico figlio Lamberto. I tre cugini non vollero governare insieme e divisero pacificamente la signoria: ai fratelli Galeotto e Alberico, che rimasero insieme, andò la parte maggiore, compreso Casteldurante, mentre Bartolomeo ottenne Mercatello sul Metauro e la Massa Trabaria. Il dominio dei due fratelli, divenuti tiranni, fu però breve, perché la popolazione vessata invocò l'intervento del signore di Urbino Guidantonio da Montefeltro il quale, dopo un breve assedio alla città, li costrinse alla fuga. Era il 1427 e da quel momento il destino di Casteldurante seguirà quello del Ducato di Urbino, tant'è che i signori di quest'ultimo si fregeranno del titolo di duchi di Urbino e conti di Casteldurante. Il ramo di Mercatello sul Metauro, invece, si estinse con Gentile, prima moglie di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, cui portò in dote le terre della sua famiglia, che rimasero ai Montefeltro anche se da questo matrimonio non nacquero figli.

Sotto i Della Rovere, successori dei Montefeltro nel Ducato di Urbino, l'antico signorile "palazzo dei Brancaleoni" fu restaurato e ristrutturato da un gruppo di architetti, comprendente Francesco di Giorgio Martini, Annibale della Genga e Paolo Scirri che era stato il primo maestro di architettura del Bramante. I duchi di Urbino usarono il palazzo come soggiorno estivo e il Barco ducale come residenza di caccia. Solo l'ultimo duca di Urbino, Francesco Maria II Della Rovere, visse in permanenza a Casteldurante trasferendovi la corte ducale, vi morì e fu sepolto nella chiesa del Santissimo Crocefisso. Alla sua morte, nel 1631, l'intero Ducato di Urbino tornò sotto il dominio diretto dello Stato Pontificio. Il 18 febbraio 1635, papa Urbano VIII elevò Casteldurante al rango di città e di diocesi e, in suo onore, essa cambiò per la terza volta il suo nome, divenendo Urbania.

XX secolo Urbania è tra le Città decorate al valor militare per la guerra di liberazione ed è stata insignita della Medaglia di Bronzo al Valor Militare per il contributo dato alla Resistenza (in particolare all'attività della Brigata Garibaldi Romagnola) ed il tragico bombardamento subito il 23 gennaio 1944 da parte delle forze alleate, che provocò devastazioni e 248 vittime civili. Per tale motivo Urbania è stata riconosciuta Città martire della Provincia di Pesaro e Urbino. Ogni anno la ricorrenza è celebrata solennemente.

Al giorno d'oggi la città, pur molto piccola, è un importante centro turistico per i numerosi edifici storici, l'impianto urbanistico medievale, per la produzione di ceramiche.

Onorificenze Urbania è tra le città decorate al valor militare per la guerra di liberazione, insignita della medaglia di bronzo al valor militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per l'attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondialehttp://www.istitutonastroazzurro.it/istituzionidecoratemedagliabronzovalormilitare.html:

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Concattedrale di San Cristoforo Martire. Di particolare interesse storico-artistico, (IX-XVIII secolo), intitolata a San Cristoforo Martire ed edificata sulle fondamenta dell'antica abbazia benedettina di San Cristoforo del Ponte, risalente all'VIII secolo.

Chiesa e Convento di San Francesco. Di antica fondazione (1284), nacque quando la comunità dei Minori Conventuali, stanziatisi nel "primo loco" (verosimilmente noto allo stesso San Francesco, podere tuttora denominato "Ca' i frati"), decise di trasferirsi all'interno del nuovo abitato di Casteldurante. La chiesa, completata nel 1290 e consacrata nel 1327, fu completamente rinnovata dal 1550 al 1558 e ancora dal 1756 al 1762. L'interno, a navata unica con transetto e cupola, è un esempio di stile barocchetto marchigiano. I sei altari laterali della chiesa ospitano a destra, al primo altare appartenente alla famiglia Tiranni, l'Assunzione della Vergine, tela di Domenico Peruzzini, mentre nella parete absidale è la grande macchina intagliata e dorata che incornicia la tela raffigurante la Madonna in gloria con i santi Francesco, Ambrogio, Salomone e Brigida, pregiatissima opera di Giorgio Picchi. All'altare del transetto sinistro si trova lAdorazione dei Magi di Giustino Episcopi e, per quanto riguarda le cappelle a sinistra, nella seconda, della Passione, si trova la tavola della Crocifissione, opera di Agostino Apolloni, nella quale è ritratta la famiglia del pittore, per volontà testamentaria dello stesso Apolloni, che qui lasciò il suo sepolcro, la cappella appartenne al Monte di Pietà. Al primo altare sinistro è la tela di Giorgio Picchi (1586) raffigurante lAdorazione dei pastori (1586). Notevole l'organo, opera dell'urbaniese Arcangelo Feligiotti, costruito nel 1762 ed ampliato dal nipote Andrea Feligiotti con l'aggiunta di una seconda tastiera (lo strumento è in attesa di restauro). Una delle cappelle conservava all'altare, prima dei rifacimenti settecenteschi, un dipinto con la Gloria di Cristo di Giorgio Picchi commissionato da Francesco Maria II della Rovere, eseguito nel 1602 ed oggi conservato presso il locale Museo Diocesano.Massimo Moretti, Precisazioni e aggiunte al catalogo di Giorgio Picchi: La Gloria dei Santi per la cappella Della Rovere e la decorazione del chiostro dei Minori Conventuali di Casteldurante, in Accademia Raffaello, Atti e studi, 1/2, Macerata Feltria 2016. L'adiacente convento, dopo la soppressione napoleonica, venne ceduto al Capitolo della Cattedrale e trasformato in Seminario diocesano.

Chiesa di Santa Caterina. La piccola chiesa ospitava l'omonima confraternita, tradizionalmente detta "degli artisti", dato che vi furono affiliati (tra i numerosi altri) Ubaldo Scannavino, Ottaviano e Luzio Dolci, Giustino Episcopi e i Picchi. Il tempio, esistente già nel 1362 e ricco di affreschi, venne ricostruito a partire dal 1522. L'interno presenta soffitto e pareti interamente plasticate a stucco, con numerosi dipinti (sei Virtù, scene della vita di Santa Caterina) e statue (quattro Profeti) opera di artisti ascritti alla confraternita, ma anche di Tommaso Amantini, Agostino Apolloni e Raffaello Raffaelli. La pala dell'altare maggiore (Santa Caterina deposta nel sepolcro da tre angeli) è opera del 1592 di Donnino Berti; sopra lo stesso altare è curiosamente inserito un piccolo organo (devastato) opera dell'urbaniese Arcangelo Feligiotti datato 1770. L'altare sinistro presenta un dipinto firmato nel 1615 da Giovanni Giacomo Pandolfi (Madonna col Bambino e i Santi Carlo Borromeo, Rosa da Viterbo, Caterina d'Alessandria e Francesca Romana), quello a destra invece espone un miracoloso Crocifisso ligneo seicentesco.

Chiesa dei Morti. La Cappella "Cola", nota come Chiesa dei Morti, ospita al suo interno il famoso "Cimitero delle mummie". Agli inizi del XIX secolo, dopo la promulgazione dell'Editto di Saint Cloud, la Confraternita della Buona Morte decise di esporre in un ambiente ricavato dietro l'altare maggiore alcuni corpi umani riesumati dai sepolcri della chiesa, trovati inaspettatamente oggetto di un fenomeno di mummificazione naturale. L'edificio è del 1380. Notevole la pala dell'unico altare, raffigurante la Decollazione di San Giovanni Battista, opera probabile di Giustino Episcopi (1560). Chiesa dello Spirito Santo. Risorta nel 1949 come tempio votivo per le vittime della seconda guerra mondiale, sorge sullo stesso luogo occupato già all'incirca nel 1350 dall'oratorio dell'omonima Confraternita. La chiesa era stata completamente ricostruita tra il 1851 ed il 1853, ma venne abbattuta dal tragico bombardamento aereo subito da Urbania il 23 gennaio 1944: per questo l'allora Vescovo, monsignor Giovanni Capobianco, decise di ricostruirla e destinarla a tempio votivo. Nel 1969 la chiesa venne nuovamente rielaborata nelle sue linee architettoniche dall'architetto romano Giancarlo Delmastro e dall'artista urbaniese Augusto Ranocchi. Chiesa del Corpus Domini. La chiesa venne costruita all'inizio del XIV secolo dalla Confraternita detta "dei fustigati" e successivamente ampliata agli inizi del XVI secolo con l'intervento dell'architetto ducale Gerolamo Genga. L'interno venne decorato, tra il 1532 ed il 1534-35 da Raffaellino del Colle con due tele poste al fondo dell'ambiente, ai lati della pala d'altare, la Madonna "del velo" a destra ed il Cristo risorto a sinistra ed una serie di affreschi parzialmente deteriorati: una Sacra Famiglia all'altare sinistro oltre alle lunette affrescate con figure di Sibille e Profeti. Il complesso decorativo mostra la conoscenza di modelli raffaelleschi, michelangioleschi e giuleschi appresi a Roma.Silvia Blasio, Percorsi della pittura toscana nelle Marche del Cinque e Seicento, in Marche e Toscana. terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, Pisa, 2007, pag. 186. La pala d'altare con l'''Ultima Cena è opera di Giorgio Picchi il Giovane ed in chiesa è anche il simulacro del Cristo Morto (scultura lignea di scuola tosco-marchigiana, XV secolo).